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Cenni storici sull'attività antropologica e linguistica del Prof. Domenico Rodà che dagli anni '70 si è posto il problema delle lingue minoritarie e ha pubblicato in merito numerosi volumi sulla lingua greca di Calabria e sulle tradizioni della stessa. Si accenna in ultimo brevemente ad alcuni libri che il grecista Domenico Rodà ha pubblicato dagli anni 70 fino ad oggi.
Ha scritto tante poesie in grecanico ed alcuni volumi della storia complessiva dei Greci di Calabria: "La lingua mozzata - i grecanici nella vallata dell'Amendolea", e, "Grecanici". In atto dirige il giornane "I Cumelca". Ha partecipato al premio Nosside e si è classificato primo nella sezione grecanica nel 1987 con la poesia "To potamò Amiddalia". Alcune sue poesie sono state inserite in pubblicazioni in lingua greca in Grecia. I dolorosi motivi tematici che sattraversano per intero la poesia del Rodà sono gli stessi in tutti i poeti gallicianoti. Ma se lostesso Lombroso aveva azzardato la teoria della ereditarietà dissimilare, (che, tradotta in termini grecanici significa che "non sempre un figlio di gatta prende topi") alla stessa maniera i figli di quei grecanici rassegnati da disinganni secolari, hanno deciso di essere diversi dai padri. Non più e non solo rassegnati alle lamentazioni sterili, estraniati dalla storia e dalle sue cointeressenze, ma una nuova generazione che respinge sempre più le frustate di secoli e che difende la propria umanità dagli assalti di una temperie che cospira maledettamente a riportare l'uomo grecanico alla stato ferino.
E' una storia di vinti, di dispersi, di carni divorate dalla fatica, di gente che paga contributi di dolore a quel cammino della speranza che si chiama emigrazione! C'è una umanità dimenticata da tutti, ferita dal bisogno, che si pasce con canto e si disseta col sudore del corpo e che, sola, riesce ancora a mantenersi legata, ombelicamnente ostinata, a quella cultura antica che fu magnogreca ungiorno, bizantina poi, agro-pastorale ieri, ed annientata oggi! Dobbiamo al Rodà il recupero di una identità fisica e culturale sparente, quella di Gallicianò; un paese senza storia, del quale tacciono - ed è comprensibile - i compilatori delle varie storie della Calabria e delle varie letterature "calabresi".
La sua tesi di lautrea gli offre l'occasione per un libro-denuncia su un paese che, fino aieri, indentificavacome su unico nemico e sua unica fonte di sostegno le terre di Scafi, i campi sopra Gallicianò. Ma ora il tiro si sposta e si indirizza nella giusta direzione. L'umanità grecanica, confinata negli angusti limiti di quella montagna, ha altri e ben peggiori nemici. E' una denuncia fatta da gente senza più voce, a sordi che vivono tra sordi. Scrive infatti il Rodà: << Nel 1953, in contrada Vucita (toponimo di Gallicianò) il Genio Civile (!) di Rggio Calabria ha costruito case popolari per gli alluvionati del 1953, che tali non possono essere chiamate in quanto sono dei veri e propri tuguri, dove i componenti delle famiglie vivono fra mille difficoltà, primo fra tutti la mancanza d'acqua (sono trascorsi venti anni e ancora lo tato Italiano non ha pensato di costruire un acquedotto per questa mia gente) e di fogne ..(..) Nella piccola contrada di Vucita, dove ci sono quindici famiglie che vivono in alcune baracche dette palazzine, costruite nel 1953 dopo l'alluvione, l'acqua manca del tutto, la popolazione deve recarsi a Gallicianò a prenderla, percorrendo tre chilometri a piedi>>.
Questo è l'inferno dei gallicianoti che devono pure percorrere sette chilometri all'andata e sette al ritorno su una mulattiera per andare a scuola a Condofuri.
In Domenico Rodà, l'interpretazione dei piccoli fatti di una comunità, come quella gallicianota, è sempre e comunque condotta in chiave attiva. E' una comunità che recupera i vizi, le piccole gioie, il bisogno di rigenerazione, la quotidianità degli avvenimenti, attraverso un filo conduttore che si rinnova e ti conduce per mano, indietro nel tempo, lungo il corso degli anni: il vecchio saggio del paese, quel Mastr'Antoni di veghiana memoria. E' la memoria del passato che è servita a costruire il futuro.
il vuoto pneumatico che circonda Gallicianò non consente allo storico di nutrirsi di grandi fatti, ma solo di impressioni e di trasalimenti che si trascinano e si ereditano come cenci da padre in figlio. Nei dialoghi con Mastr'Antoni c'è però qualcosa di misteriosamente sonoro ed emozionale che prelude ad uno stato umsano, che supera le macchie infette della storia che ha da sempre condannato il paese di Gallicianò alla cultura del silenzio e a restare piantato sul terreno della disperazione.
Quei propilei, quel fiume, quella fontana dell'amore, quei muri ancora in piedi, sono gli ultimi stracci della propria identità ed a quelli egli è legato morbosamenet come se, perdendoli, il Rodà dovesse perdere le proprie radici, il legame con la sua cultura, la propria identità.(1)
(1) Per l'opera complessiva di Domenico Rodà, si cfr. F. Violi, Storia e Letteratura greca di Calabria, Rexodes Magna Grecia, Reggio Calabria, 2001, pp 289-296.